S. Antonio ancora deve farci la Grazia

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Un anno fa, dal palco degli Stati Generali della Cultura della Regione Campania, il Presidente De Luca informava il pubblico della presenza di Antonello Sannino in Israele, sotto le bombe, rappresentandolo quasi come un rifugiato coinvolto direttamente nel conflitto.

Successivamente abbiamo appreso che quella permanenza era parte di un viaggio organizzato e finanziato dal governo israeliano, nell’ambito di iniziative rivolte a esponenti dell’associazionismo e della società civile occidentale. Da allora abbiamo posto domande pubbliche e private, chiedendo trasparenza sui contenuti, sulle finalità e sulle conseguenze politiche di quella esperienza.

Abbiamo inoltre chiesto, in ogni sede e a tutti i livelli istituzionali, che Antonello Sannino fosse sollevato dagli incarichi di rappresentanza istituzionale delle persone LGBTQIA+, ritenendo incompatibili alcune sue posizioni pubbliche con il ruolo ricoperto. A quelle richieste non abbiamo mai ricevuto risposte adeguate. Le nostre domande restano ancora oggi senza chiarimento.

Abbiamo sperato che, di fronte a questioni tanto profonde e divisive, si aprisse almeno un confronto all’interno del movimento LGBTQIA+ campano. Un confronto sui principi fondativi della nostra storia politica: l’antifascismo, il ripudio della guerra, la difesa dei diritti umani universali, la solidarietà verso i popoli oppressi e la condanna di ogni forma di discriminazione e violenza.

Oggi prendiamo atto che quel sistema di relazioni e di potere appare ancora saldo. Ma è proprio quel modello di potere che non ci convince e che continuiamo a contestare. Non ci piacciono le sue manifestazioni, non ci piacciono le sue articolazioni e non condividiamo la logica per cui il dissenso debba essere marginalizzato anziché ascoltato.

Quando gli spazi che dovrebbero essere sicuri per tutte e tutti diventano luoghi di esclusione o di intimidazione, qualcosa si rompe. Quando persone transgender denunciano pubblicamente di essere state insultate o umiliate all’interno di contesti che dovrebbero rappresentarle e proteggerle, il problema non può essere archiviato come una semplice divergenza personale. Quei fatti hanno aggiunto ulteriori elementi di preoccupazione a un quadro che per noi era già fortemente compromesso.

Per questo continuo a chiedere, e oggi non sono più solo, le dimissioni di Antonello Sannino dagli incarichi di rappresentanza istituzionale che ricopre e l’apertura di una nuova fase politica capace di superare quello che molti, dentro e fuori il movimento, percepiscono ormai come un modello eccessivamente personalistico e accentrato.

Non è una questione personale. Non si tratta di antipatie, rivalità o contrapposizioni individuali. È una questione politica, culturale ed etica.

I movimenti crescono quando si pluralizzano, quando favoriscono il ricambio, quando valorizzano nuove energie, nuove leadership e nuovi punti di vista. Si indeboliscono, invece, quando finiscono per identificarsi con una sola persona, con un solo gruppo dirigente o con una sola visione possibile del mondo.

Per questo ritengo necessario aprire una riflessione seria sul superamento del “sanninocentrismo” che negli anni ha caratterizzato una parte significativa della rappresentanza LGBTQIA+ campana. Nessuna organizzazione, nessun osservatorio, nessun coordinamento e nessuna comunità dovrebbe dipendere dalla permanenza o dalla centralità di una singola figura.

La nostra comunità è molto più grande di qualsiasi dirigente, di qualsiasi associazione e di qualsiasi stagione politica. È composta da persone, storie, sensibilità, territori e generazioni differenti che meritano pari dignità, ascolto e rappresentanza.

Chiedere un cambiamento non significa cancellare il passato né negare il lavoro svolto da tante persone in questi anni. Significa avere abbastanza fiducia nella maturità del movimento da immaginare un futuro più aperto, più partecipato, più democratico e più coerente con i valori che affermiamo di difendere.

Per questo continuiamo a chiedere trasparenza, responsabilità e rinnovamento. Per questo continuiamo a credere che la rappresentanza delle persone LGBTQIA+ debba fondarsi sul pluralismo, sul rispetto reciproco e sulla difesa universale dei diritti umani, senza eccezioni, senza gerarchie tra le sofferenze e senza doppi standard.

Le comunità sopravvivono ai loro leader. I diritti sopravvivono ai loro portavoce. Le idee sopravvivono alle persone.

Ed è proprio per questo che nessuno dovrebbe avere paura del confronto, del dissenso, del pluralismo o del cambiamento.

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