Napoli Pride; rappresentanza e futuro degli spazi politici LGBTQIA+ a Napoli dopo Arrevutamm vedi anche Lettera assenza cittadinanza onoraria Grillini
Care cittadine e cari cittadini,
scriviamo questa lettera non per alimentare divisioni, ma per aprire un confronto.
La città di Napoli ha una lunga storia di partecipazione, conflitto democratico, solidarietà e costruzione collettiva. Una storia che appartiene anche agli spazi politici LGBTQIA+, che nel corso degli anni hanno contribuito ad arricchire il dibattito pubblico cittadino sui diritti, sull’inclusione sociale, sulla libertà e sulla dignità delle persone.
È proprio nel rispetto di questa storia che sentiamo il dovere di condividere una riflessione pubblica sul Napoli Pride e sul modo in cui esso oggi si rappresenta alla città.
Negli ultimi mesi abbiamo espresso, in sedi pubbliche e istituzionali, alcune preoccupazioni riguardo ai processi di partecipazione, rappresentanza e trasparenza che caratterizzano l’attuale organizzazione del Napoli Pride. Lo abbiamo fatto dialogando con le istituzioni cittadine e regionali, convinti che una manifestazione che riceve il sostegno delle istituzioni democratiche debba essere anche un luogo aperto al confronto e alla pluralità delle posizioni.
Non ci interessa alimentare polemiche personali.
Al contrario, riteniamo che il tentativo di ridurre queste riflessioni a conflitti tra singole persone finisca per oscurare questioni molto più importanti: chi rappresenta oggi il Pride? Con quali strumenti democratici vengono assunte le decisioni? In che modo vengono coinvolti i territori, le associazioni, i collettivi, le persone transgender, le persone migranti, le persone LGBTQIA+ più vulnerabili, le giovani generazioni e tutte le soggettività che attraversano la città?
Sono domande legittime che meritano risposte altrettanto legittime.
Per comprendere il presente occorre ricordare la storia
Le discussioni che oggi attraversano il Napoli Pride non nascono dal nulla. Hanno radici profonde nella storia del movimento LGBTQIA+ napoletano e nel modo in cui esso si è costruito nel corso degli ultimi trent’anni.
All’interno della stagione politica dei cosiddetti “sindaci delle città”, caratterizzata da una forte spinta progressista e dall’apertura delle istituzioni locali ai temi dei diritti civili, Arci Gay iniziò a costruire una presenza pubblica nazionale attraversando le piazze italiane.
In quegli anni Annamaria Carloni, compagna di Antonio Bassolino, proveniente da Bologna e con una lunga esperienza politica maturata nel Partito Comunista Italiano, aveva condiviso con Franco Grillini la stagione del Cassero. Fu anche grazie a quel contesto culturale e politico che Bassolino comprese l’importanza di aprire Napoli al movimento gay nazionale, contribuendo a sostenere la rappresentanza politica delle persone omosessuali nelle istituzioni e nel Parlamento.
Quella strategia ebbe un successo indiscutibile e contribuì a rendere Arci Gay il principale interlocutore delle istituzioni sul piano nazionale.
Tuttavia, quel Gay Pride fu soprattutto un grande evento nazionale che attraversò Napoli più che un’espressione del tessuto associativo e politico cittadino. Io c’ero. Avevo già un ruolo politico nella città e quelle strade percorse dal corteo contribuirono certamente alla mia formazione come militante omosessuale. Ma è altrettanto vero che, terminata quella manifestazione, a Napoli seguì sostanzialmente il vuoto.
Bisognerà attendere la nascita di i Ken nel 2005 e, parallelamente, la rifondazione e il rilancio di Arcigay Napoli guidato da Antonio Cavallo, per assistere a una nuova stagione di organizzazione, partecipazione e protagonismo del movimento cittadino.
La storia del movimento napoletano non appartiene ad una singola organizzazione né ad una singola persona. È una storia collettiva costruita da centinaia di attiviste e attivisti, da associazioni, sindacati, operatori culturali, studenti, volontari e cittadini che hanno dedicato tempo, energie e competenze alla crescita degli spazi politici LGBTQIA+ della città.
Carlo Cremona, piaccia o meno, ha contribuito a riportare il movimento napoletano nelle piazze italiane tra il 2005 e il 2009 e successivamente a Napoli, promuovendo il percorso che portò alla realizzazione del primo Napoli Pride nazionale del 2010 realmente costruito e organizzato dalla città.
Fu i Ken a proporre la candidatura di Napoli al movimento nazionale. Fu i Ken a richiedere le autorizzazioni necessarie. Fu un percorso condiviso con numerose realtà associative e sociali, costruito nella convinzione che il Pride dovesse appartenere alla città e non ad una singola organizzazione.
Per sei anni abbiamo contribuito alla realizzazione di Pride fondati sulla partecipazione, sul confronto e sulla pluralità delle esperienze presenti nel territorio.
Dal 2015 in poi quel modello è stato progressivamente sostituito da una gestione sempre più concentrata nelle mani di pochi soggetti, fino a determinare l’attuale situazione, nella quale una parte significativa degli spazi politici LGBTQIA+ napoletani non si sente adeguatamente rappresentata, una condizione che si è manifestata anche pubblicamente attraverso esperienze autonome come l’Arrevutamm Pride del 20 giugno, al quale abbiamo partecipato.
Le carte esistono. I documenti esistono. Gli atti pubblici raccontano una storia verificabile.
Una domanda sulla memoria e sulla storia
C’è inoltre una questione che merita di essere affrontata con serietà, rigore e rispetto per tutte le esperienze che hanno attraversato il movimento LGBTQIA+ italiano e napoletano.
Come si può chiedere alla città di accogliere senza discussione la narrazione del “trentennale del Napoli Pride” senza aprire un confronto pubblico sulla ricostruzione storica degli eventi?
Il Gay Pride del 1996 fu certamente un appuntamento fondamentale. Napoli ospitò la terza manifestazione nazionale itinerante del movimento omosessuale italiano, dopo Roma nel 1994 e Bologna nel 1995.
Quel Gay Pride merita rispetto e riconoscenza.
Tuttavia, altra cosa è il Napoli Pride inteso come percorso politico, associativo e cittadino stabilmente costruito sul territorio napoletano.
Le due esperienze non coincidono necessariamente.
La prima appartiene alla stagione dei Pride nazionali itineranti che attraversavano le città italiane. La seconda nasce invece da un processo di ricostruzione del movimento cittadino che, dopo anni di sostanziale frammentazione, trovò nuova energia attraverso il lavoro di associazioni, collettivi e attivisti impegnati a riportare Napoli al centro del dibattito nazionale.
Il Napoli Pride che molti di noi riconoscono come esperienza politica della città prende forma attraverso un percorso sviluppato tra il 2007 e il 2009 e trova il proprio punto di approdo nella manifestazione nazionale realizzata a Napoli nel 2010.
Per questo motivo riteniamo che la storia vada raccontata nella sua complessità, senza scorciatoie celebrative e senza sovrapporre esperienze differenti.
La memoria collettiva non appartiene a nessuno. Appartiene a tutte e tutti coloro che hanno contribuito a costruirla.
Proprio per questo chiediamo che venga custodita con rigore, rispetto e onestà intellettuale.
Non è una questione personale
Siamo consapevoli che ogni volta che si prova ad aprire una discussione sul modello di governance del Napoli Pride e sulla rappresentanza degli spazi politici LGBTQIA+ cittadini, qualcuno tenta di ridurre il confronto a una controversia personale tra dirigenti o associazioni.
Riteniamo questa lettura non solo semplicistica, ma profondamente fuorviante.
Trasformare una questione politica, culturale e democratica in una vicenda personale significa evitare di affrontare i nodi reali posti da decine di associazioni, collettivi, attivisti e soggettività che negli anni hanno espresso perplessità, dissenso e richieste di cambiamento.
Non stiamo discutendo di simpatie o antipatie personali. Non stiamo discutendo di carriere individuali. Non stiamo discutendo di chi debba occupare una posizione al posto di un’altra persona.
Stiamo discutendo di partecipazione democratica, di pluralismo, di trasparenza, di alternanza nella rappresentanza e della capacità di un Pride di interpretare i bisogni complessi di una città e delle molteplici soggettività che la attraversano.
Ridurre tutto a una polemica personale significa depotenziare questioni ben più profonde e rilevanti e confinare il dibattito in dinamiche delegittimanti che nulla hanno a che vedere con il futuro degli spazi politici LGBTQIA+ napoletani.
Apriamo un dialogo
Noi non proponiamo una verità alternativa. Proponiamo una discussione pubblica.
Invitiamo le istituzioni, le associazioni, i collettivi, il mondo della cultura, dell’università, della scuola, del sindacato e del terzo settore ad aprire una riflessione sul futuro del Napoli Pride e più in generale sullo stato degli spazi politici LGBTQIA+ della città.
Interroghiamoci insieme su come garantire maggiore partecipazione, maggiore pluralismo, maggiore trasparenza e una rappresentanza più ampia delle diverse sensibilità presenti nella città.
Interroghiamoci anche sulla qualità della proposta politica che il movimento è oggi in grado di rivolgere alle istituzioni. Quali sono le priorità che vengono poste sui temi della salute, della casa, del lavoro, del contrasto alle discriminazioni, dell’accoglienza delle persone più vulnerabili, delle politiche giovanili e del sostegno alle famiglie LGBTQIA+? Quali risultati sono stati ottenuti negli ultimi anni? Quali obiettivi restano ancora da raggiungere?
Un Pride non è soltanto una manifestazione. È anche la capacità di trasformare bisogni sociali in politiche pubbliche, diritti esigibili e servizi concreti per le persone.
Per questo riteniamo necessario che la città possa conoscere, discutere e valutare le priorità politiche che vengono avanzate in suo nome.
Interroghiamoci sul rapporto tra il Pride e le periferie, tra il Pride e le nuove generazioni, tra il Pride e le persone più vulnerabili, tra il Pride e le grandi questioni sociali che attraversano il nostro tempo.
Napoli merita un confronto maturo.
Merita un Pride che non abbia paura delle differenze, del dissenso e della complessità.
Merita uno spazio politico capace di ascoltare, includere e costruire ponti, non appartenenze esclusive.
Questo documento non intende alimentare divisioni tra associazioni o persone, né contribuire a personalizzazioni del confronto politico.
L’obiettivo è favorire una riflessione pubblica sulla qualità democratica dei processi di rappresentanza, partecipazione e trasparenza che riguardano una manifestazione sostenuta da istituzioni pubbliche e presentata come espressione dell’insieme degli spazi politici LGBTQIA+ della città.
È con questo spirito che affidiamo queste riflessioni a Napoli.
Non come una conclusione.
Ma come l’inizio di un dialogo.
www. napolipride.com sito acquistato per l’organizzazione del Pride Nazionale del 2010 domino di proprietà i Ken
Carlo Cremona
Presidente i Ken APS ETS
Coordinatore Rainbow Center Napoli – Questa Casa non è un albergo
Componente dell’Osservatorio regionale contro le discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere della Regione Campania

